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Da che mondo è mondo, le lotte per
il potere si sono combattute (anche) con le armi della dialettica, con le
menzogne, con le parole scelte a bella posta per rincuorare gli alleati e
spaventare gli avversari, seminare il dubbio in casa d’altri e pavimentare
di certezze la propria causa. Chi abbia un briciolo di conoscenza delle
norme non sempre scritte della politica non ha dunque, in linea di
principio, nessun motivo per scandalizzarsi dei toni aspri, faziosi e
spesso falsi che costeggiano, di questi tempi, il cosiddetto dibattito –
che tale non è, non essendo alcuno degli intervenienti interessato ad
ascoltare i presunti interlocutori
– intorno alla globalizzazione. Eppure, anche per l’osservatore più
realista è difficile abituarsi al crescente frastuono massmediale sul tema
e all’inconsistenza di gran parte delle argomentazioni che ne
emergono. I toni striduli e gli argomenti fuori misura
contraddistinguono entrambi i fronti costituitisi attorno alla questione e
pesano sia sulla possibilità di affrontarla con cognizione di causa sia –
quel che più conta – di
renderne consapevole la larga massa degli spettatori non partecipanti allo
scontro. Sul movimento del no global, pesa una letale
contraddizione: la pretesa di combattere sul terreno meramente economico
un fenomeno che nel contempo viene auspicato e magnificato in tutti i suoi
aspetti culturali. Chi non capisce che l’immigrazione di massa dai paesi
poveri e la pretesa di costruire società multietniche basate
sull’assimilazione degli ospiti alla cultura degli Stati ospitanti sono
parte integrante – e oggi preponderante – del processo di
occidentalizzazione del mondo, ha armi spuntate in partenza.
L’intensificazione di una già esagerata industrializzazione, lo
sfruttamento di una manodopera scarsamente sindacalizzata e disposta ad
accontentarsi di condizioni di vita degradate, l’ulteriore esplosione del
consumismo, l’omologazione delle abitudini e dei gusti, e l’aggravamento
della catastrofe ecologica che consegue al coniugarsi di tutti questi
fenomeni, hanno come motore il trasferimento di “braccia in eccedenza” da
zone ad alta natalità e basso reddito. Il rischio del formarsi di un
governo mondiale unico, sostenuto e condizionato dalle concentrazioni
transnazionali di potere economico, in grado di esercitare selettivamente
il ruolo di giudice di colpe e meriti dei singoli Stati e delle
popolazioni che li abitano, servendo gli interessi politici, militari,
economici, sociali e culturali dei più forti è alimentato da quell’isteria
propagandistica sui diritti umani che, in seno alla sinistra più o meno
radicale che alimenta o costeggia il “popolo di Seattle”, ha trovato i più
fervidi sostenitori. Non ha avuto torto Ernesto Galli della Loggia nel
fustigare di recente i tanti contestatori del mercato globale che hanno
per stella polare, sia pure in versioni aggiornate e rimaneggiate, l’una o
l’altra delle due concezioni del mondo che alla rimozione delle barriere
nazionali e culturali si sono maggiormente adoperate, il marxismo e il
cristianesimo. I ragazzi con lo zainetto che sono scesi a Genova, a
Göteborg, nel Québec, a Seattle, a Davos per gridare la loro rabbia contro
la sopraffazione dei potenti sui diseredati, con una mano sostengono la
propria causa e con l’altra la indeboliscono: non capiscono che la pretesa
di eguaglianza è incompatibile con la difesa delle specificità dei popoli
e delle loro culture, né che il “mondo senza frontiere” che reclamano è
proprio quello che serve alle multinazionali per spadroneggiare ad ogni
latitudine. E non c’è solo questo difetto a lasciare
scettici sulle capacità di effettiva incidenza delle mobilitazioni di
massa suscitate da ogni incontro al vertice dei “Grandi” del pianeta. Cosa
si può pensare di un movimento che sfoga sugli obiettivi simbolici della
sua protesta gli istinti violenti di qualche frangia estremista ma non sa
farli oggetto di un’azione di contenimento efficace? Sfondare le vetrine
di un McDonald’s non è segno di impotenza quando non si dispone di una
capacità di suggestione sufficiente quantomeno ad invertire – non si
pretende certo di disseccarlo dall’oggi al domani – il flusso che porta
milioni di coetanei ad invadere ogni giorno i negozi della catena
alimentare americana ingurgitando un cibo che “fa tendenza”? Rischiare la
vita in scontri con la polizia che difende gli appuntamenti internazionali
di politici o banchieri per poi farsi ritrarre, feriti, con ai piedi un
paio di Nike, come è accaduto in Svezia, non significa dare un’impressione
di confusione mentale e di subordinazione psicologica all’avversario? I
contestatori del nuovo ordine mondiale dovrebbero porsi, su questi e molti
altri problemi – a partire dalla militarizzazione sceneggiata della
propria presenza nei cortei, che di certo non è fatta per rassicurare e
convincere gli osservatori indecisi – quesiti seri e risolverli in fretta,
se non vogliono appassire nel folklore; ma, date le premesse su cui si è
sviluppata la fioritura dei gruppi in cui sono riuniti, è improbabile che
lo facciano. Con la conseguenza che un fallimento della loro azione verrà
spacciato per una prova di invulnerabilità dell’avversario.
Se questo è il non esaltante panorama del fronte antiglobalista,
dalla parte opposta un osservatore dotato di senso critico trova ancora
maggiori motivi per dispiacersi. Perché fra gli entusiasti della
prospettiva di un governo mondiale dell’economia e della politica lo
strumento di espressione più diffuso è l’ipocrisia, che della retorica è,
da sempre, l’ingrediente più indigesto. Non ci si può non
lamentare, da questo punto di vista, della sostanziale inesistenza di
osservatori, centri di ricerca, sedi istituzionali di dibattito in cui gli
argomenti a carico e a discarico della globalizzazione possano essere
confrontati e soppesati. Per la vastità degli interessi che sono sul
tappeto e per l’esigenza dei mezzi d’informazione di rappresentare i temi
in discussione secondo lo schema fuorviante ma attraente che mira a porre
sempre lo spettatore di fronte alla scelta di collocarsi “o di qua o di
là”, gli spazi di riflessione neutri in questa materia non hanno diritto
di cittadinanza. Esperti, commentatori, parlatori da talk show sono scelti
in ordine all’attribuzione di posizioni precostituite e secondo dosaggi
numerici che variano a seconda del colore politico – o, nei casi migliori,
delle opinioni sul punto specifico – di testate e programmi.
In questo modo, il problema della presentazione del fenomeno al
pubblico, nei suoi termini più generali, si trasforma in un primo terreno
di scontro fazioso. E sì che già di per sé la questione non sarebbe di
quelle che si dipanano facilmente. Malgrado il profluvio di studi già
editi, il significato da attribuire al termine attorno a cui ruotano le
polemiche resta infatti ancora molto vago. Si deve intendere per
globalizzazione un dato di fatto già acquisito oppure una tendenza
suscettibile di diversi e non ancora chiari sviluppi? È un fenomeno di
ordine prevalentemente economico o culturale? È lo scenario indispensabile
allo svolgersi delle “leggi di mercato” preconizzate dai fondatori
dell’economia liberale classica, oppure è solo il frutto di scelte
arbitrarie di alcuni specifici soggetti provvisti di forti quote di
potere, politico-militare o economico-finanziario, statale o
transnazionale, a sostegno dei propri interessi? Insomma: si tratta di un
concetto dai connotati descrittivi, che deve servire a comprendere e
spiegare l’eliminazione progressiva degli ostacoli alla circolazione delle
merci, dei flussi finanziari, degli esseri umani, delle forme di pensiero,
dei modelli di comportamento e degli stili di vita oggi in atto, oppure di
una nozione normativa e prescrittiva che, lodando e giustificando in modo
incondizionato i processi ora accennati, pretende di indicare la direzione
verso la quale l’umanità dovrebbe incamminarsi per raggiungere fulgidi
traguardi? La differenza non è di poco conto, perché a
seconda della prospettiva in cui si sceglie di esaminarla la
globalizzazione si presta a considerazioni diverse. E poiché i maggiori
canali informativi rinunciano ad una “noiosa” esposizione dei fatti
affidata ad esperti di diversa formazione ma uniti da un approccio
avalutativo, preferendo la “vivace” diatriba fra intellettuali schierati
da una parte o dall’altra, gli argomenti esibiti danno piuttosto l’idea di
assomigliare a clave. È innegabile che gli esponenti del
movimento no global danno spesso la sensazione di disconoscere la
complessità del problema e di procedere per slogans; ma il modo di
procedere della parte avversaria è davvero più accurato? Ad onta dei mezzi
certamente più adeguati messi in campo – scienziati, economisti,
intellettuali generalisti, politici di prima fila, giornalisti di nome –,
non si direbbe. Gli esponenti del fronte dell’accettazione indulgono alla
tentazione di truccare le regole del gioco quando premettono al proprio
discorso un fervorino sulla “inevitabilità” della globalizzazione; che può
essere più buona per certi versi e meno per altri, ma c’è e non è
eliminabile; e neppure, se non marginalmente (qui, a seconda dei casi, la
perorazione può oscillare nei toni), correggibile. La versione estrema di
questo discorso edificante giunge addirittura a presentarla come “una
tappa della storia della specie, un passo inevitabile”, per cui
“rifiutarla sarebbe folle, oltre che impossibile”[i].
Curiosamente, si esprime qui in filigrana quella contraddizione
che in precedenza abbiamo constatato nel campo avverso. Molti dei
teorizzatori della bontà del pianeta senza spazi chiusi, limiti e
frontiere appartengono ad un campo convenzionalmente definibile “di
destra”, ma tutte le loro argomentazioni si richiamano a uno schema
culturale tipicamente “di sinistra”: il culto del Progresso, filo
conduttore di un inarrestabile Senso della storia. Convinta di celebrare
il proprio trionfo, la destra globalista si smentisce, abiura radici e
storia, dà torto alle cause combattute in passato; si spoglia dei panni
conservatori e della prudenza del realismo, proiettandosi con foga
incosciente nell’utopia e in quel “costruttivismo” che i liberali alla
Hayek e alla Mises tanto detestavano. Ogni parola dei suoi portavoce si
abbevera all’idea che la tecnologia e la scienza – manipolazioni genetiche
in primo luogo – forgeranno un mondo migliore, più ricco e più giusto,
finalmente libero dalla tirannide della natura (alla quale vengono
attribuite le responsabilità di ingiustizie in realtà sin troppo umane e
quasi sempre legate all’avidità istigata dalle filosofie individualiste).
Così facendo, ancora una volta l’arrugginita paratia che divide la destra
e la sinistra otto-novecentesche cede e si annulla non in una mistura
indistinta, ma in una retorica che distingue comunque vinti e vincitori
dei precedenti scontri epocali. Il peggio di sé,
l’arcipelago globalista lo dà però quando è chiamato a reagire alle tesi
che avversa. Se già gli accenti della sua apologetica tendono a oscillare
fra il patetico e il ridicolo – il sottotitolo di un recente dossier del
“Corriere della Sera” intitolato Il bello della globalizzazione recitava
testualmente: “È una rivoluzione che crea anche perdenti. Ma che in tre
decenni ha dimezzato la povertà nei Paesi emergenti. E che sta aprendo le
porte della crescita a miliardi di persone. Fa paura, soprattutto
all’Occidente ricco”. E poi si dice che i toni della propaganda in stile
Komintern sono relitti di ere sepolte… –, quelli della critica scadono
ulteriormente di livello. In compenso, ne cresce la varietà.
C’è infatti la tecnica liberale classica, che scivola
rapidamente nell’anatema, identificando nella Cosmopoli globalizzata il
modello realizzato della “società aperta” e agitando sulle teste chi non
l’apprezza lo spettro demonizzante della tentata ricostituzione delle
“società chiuse” totalitarie (non senza citarne, in spirito di par
condicio, le due versioni classiche: nazista e comunista sovietica. La
Cina attende il suo turno, in attesa di vedere dove la condurranno le
robuste iniezioni di economia capitalista). In questa lettura, la
globalizzazione non è apprezzata in prima battuta per i supposti miracoli
economici che attiverà, ma perché indebolirebbe i regimi autoritari (forse
sarebbe il caso di aggiungere: quelli che non servono gli interessi del
paese-perno del mondo globalizzato, gli Stati Uniti d’America) e porta
libertà dove non c’era. In quest’ottica, l’aumento del PIL di un paese è
considerato di per sé segno di “benessere” (associato alla libertà da un
principio ideologico elevato a teorema scientifico) e dunque di
miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. Le
preoccupazioni per l’ingiusta distribuzione della ricchezza, per la
perdita di sovranità dei governi, per la disgregazione dei patrimoni
culturali o per le catastrofi ecologiche indotte dal circuito “virtuoso”
della produzione e dell’accumulo di ricchezza sono spazzate via con
qualche cenno sprezzante alle ubbìe di chi ancora cocciutamente se la
prende con la mercificazione dell’esistenza: roba da secondo millennio,
gettata in quella pattumiera della Storia in cui Marx vedeva ormai sul
punto di precipitare, un secolo e mezzo fa, lo Stato borghese e il modo di
produzione capitalistico… Naturalmente, questo schema
argomentativo fa a sua volta ricorso alla clausola del determinismo
storicistico e progressista, secondo cui, giusto per prendere un esempio,
“tornare indietro sarebbe dannoso soprattutto per i poveri del mondo. È la
via del tribalismo, del nazionalismo, della miseria” […] Oggi che la
tecnologia dei trasporti e delle comunicazioni rende arduo ogni tentativo
di isolare un Paese, tornare indietro richiederebbe ancor più repressione
e crudeltà che in passato”. L’opposizione all’ideologia globalista viene
dunque equiparata a una regressione reazionaria, ad una volontà di
isolamento, alla chiusura di ogni frontiera, caricaturalizzando le idee di
chi dissente dal Verbo. L’idea che il mondo a venire possa essere
ordinato, invece che attorno a un’unica polarità egemonizzata da un’unica
superpotenza, per grandi spazi continentali comunicanti ma sovrani e
autosufficienti, non viene neppure presa in considerazione. Gli
anacronismi diventano strumenti dialettici di annientamento del dissenso:
“Non si può ignorare che la questione sociale fu aggravata, non risolta,
con la soppressione del mercato e la chiusura delle frontiere”.
L’intenzione di imporre un’egemonia planetaria politicamente e
geograficamente connotata viene coperta dal velo di un eufemismo polemico:
“[non si può ignorare] che il terzomondismo inteso come ideologia
alternativa abbia portato tirannia, disuguaglianza e povertà”[ii].
Una seconda versione, più “socialdemocratica”, ammette che la
globalizzazione non è tutta rose e fiori ma si sforza di minimizzarne le
ricadute negative,
raggiungendo vette ineguagliabili di quell’ipocrisia cui abbiamo
fatto cenno. I versanti argomentativi prediletti in questo caso sono
due. Uno, più schiettamente economico, punta sul fatto che
la liberalizzazione totale dei mercati creerà ricchezza nei paesi oggi
svantaggiati per una automatica applicazione delle leggi elementari della
concorrenza: offrendo quei paesi manodopera a prezzi (molto) più bassi, la
produzione vi si orienterà in proporzioni crescenti, delocalizzando
stabilimenti e, in certi casi, uffici. Le multinazionali si trasformeranno
dunque da sfruttatrici in benefattrici. Il difetto di una ricetta di
questo genere è che passa sotto silenzio le controindicazioni del farmaco.
Solo per citarne alcune: a) la regola che spinge i paesi in cui cresce la
ricchezza ad innescare una crescita dei consumi e dunque dei salari,
rendendo in breve tempo più conveniente ai detentori di capitali
l’investimento in zone più depresse e di minori pretese ed innescando
quindi trasferimenti dei cicli produttivi; b) la sproporzione della
crescita indotta dagli investimenti, che, gonfiando i profitti delle
imprese occidentali, aumenta, anziché ridurlo, il divario fra i paesi che
dispongono dei capitali e quelli che forniscono la forza-lavoro; c) il
dominio del capitale finanziario virtuale, trasferibile in tempo reale, su
quello reale legato alla produzione, al territorio e a tempi più lenti,
che può riaggiustare in un attimo i processi di redistribuzione planetaria
della ricchezza attraverso manovre speculative, come è accaduto nel caso
dei paesi del Sud-Est asiatico, che avevano alzato troppo le pretese; d)
la necessità dei colossi economici occidentali di garantirsi pace sociale
e condizioni politiche favorevoli nei paesi d’origine, mantenendo
quantomeno invariato il divario di ricchezza e livelli di consumo nei
confronti dei paesi deboli del Terzo Mondo, la cui povertà è l’unica
garanzia di poter usufruire di duraturi serbatoi di manodopera a prezzi
irrisori. La seconda via dialettica privilegiata da questi
ambienti chiama in causa fattori più direttamente culturali. Appartengono
a questo filone i discorsi più rozzi ed elementari – ma proprio per
questo, ohinoi, efficaci a livello di massa – che pretendono di liquidare
l’accusa di omologazione degli stili di vita ricordando che nei McDonald’s
giapponesi le polpette di carne si mangiano con salsa sushi e nelle
Filippine con un condimento molto più piccante, o che le soap operas che
vanno per la maggiore in Europa non sono solo made in Usa ma anche
messicane, australiane o persino di produzione autarchica, quasi che sia
l’origine geografica e non la stereotipia dei modi di pensare o di
comportarsi a definire il carattere seriale di queste espressioni della
cultura. Ma anche argomentazioni più raffinate. Molte di esse mirano a
spacciare per difesa delle diversità quei processi di omologazione che
coinvolgono gli immigrati nelle società occidentali, diffondendo la
convinzione che si può restare fedeli alle proprie radici pur coniugandole
con gli usi delle società di accoglienza. In questo modo, il sistema di
dominio legato all’espansione imperialistica dello stile di vita
occidentale americanomorfo viene camuffato e edulcorato. Si citano ad
esempio la “Nike-babbuccia, metà scarpa da tennis e metà ciabatta araba”
che l’industria di articoli sportivi statunitense assurta al ruolo di
icona cosmopolita ha immesso sul mercato “essendosi accorta che i giovani
arabi tagliavano le scarpe da tennis nella parte del tallone per toglierle
comodamente entrando in moschea”, oppure “una strana bambola Barbie bionda
con gli occhi azzurri che però balla la danza del ventre al suono di una
melodia di musica araba”. Queste banali ma efficacissime forme di
sradicamento culturale vengono presentate, con uno stravolgimento radicale
dei fatti, come fecondi esempi di contaminazione prodotti dalla libertà di
circolazione, modelli di integrazione “societaria” da opporre
all’oscurantista preservazione “comunitaria” dei caratteri formativi di
una popolazione, finendo addirittura col sostenere che “il mercato e il
consumo, con la loro indifferenza, sono più avanti nel produrre inclusione
e accettazione delle diversità (sic!) di quanto lo siano le nostre
società”[iii].
Nessun traguardo sembra precluso a questa strategia di
eufemizzazione dei guasti che l’applicazione di un’ideologia cosmopolita
ai processi di transnazionalizzazione oggi in atto sta provocando. Siamo
arrivati al punto che il presidente e amministratore delegato di
McDonald’s può rivendicare senza vergogna alla sua compagnia quella
democraticità che l’Unione europea faticosamente si sforza di acquisire e
di cui i bersagli istituzionali del “popolo di Seattle” – G-8, Fondo
monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, Banca
mondiale – sono privi. I 175 milioni di persone che “hanno frequentato
McDonald’s in tutto il mondo durante i quattro giorni di protesta a
Seattle nel 1999 contro la Wto” possono essere invocati a testimoni di una
“correttezza politica” che si illustra anche nei modi più impensabili.
Queste megastrutture devastano il tessuto connettivo delle attività
economiche locali? Ma quando mai! “Noi offriamo dovunque un’opportunità
agli imprenditori di gestire un esercizio locale con personale locale
rifornito con prodotti locali da un’infrastruttura locale”, assicura mr.
Greenberg. Aggiungendo: “Che io sappia non esiste nessun’altra azienda di
servizi che tocchi così tante persone in maniera così personale. Noi
serviamo 45 milioni di persone al giorno in 28 mila ristoranti di 120
paesi […] McDonald’s è vista come una minaccia culturale. Siamo diventati
il simbolo di tutto quello che non piace alla gente o che rappresenta una
minaccia per la propria cultura. Siamo presenti in nazioni come il
Giappone, il Canada e la Germania da quasi 30 anni. Non vedo vacillare
queste culture a causa di McDonald’s. […] Il fatto è che noi vendiamo
carne, patate, pane e latte, Coca-Cola e lattuga […] Quello che una
persona decide di mangiare è una questione puramente personale […] Ma la
gente che cosa fa? Non indica forse la propria preferenza frequentando i
nostri ristoranti? E quei ristoranti […] non creano posti di lavoro per
migliaia di ragazzi che […] hanno passato tempi duri cercando di entrare
nel mondo del lavoro?”[iv]. La
strategia argomentativa, ammettiamolo, è perfetta (e, del resto,
certamente curata da una delle migliori agenzie di marketing disponibili –
e globali). Si potrebbe dire di meglio? Il Grande Fratello di Orwell
avrebbe detto qualcosa di diverso? C’è tutto: la banalizzazione della
democrazia per via gastronomica, la tutela del diritto inalienabile della
persona a farsi condizionare dalle mode e dalla pubblicità, persino il
principio di sussidiarietà: a noi le vetrine e i megaspazi, a voi locali
la catena dell’indotto con i relativi proventi. E la manipolazione?
Scomparsa. Finiti i tempi dei vecchi tiranni totalitari, che avevano
bisogno di reprimere e mobilitare con parate e palchi. Gli stessi
risultati si possono ottenere con gli spot e con il denaro che li
finanzia: l’illusione di libertà che rende i sudditi ancor più obbedienti,
inutilmente perseguita in 1984, è finalmente realtà. E chi si oppone alla
deriva ha due possibilità: rinchiudersi nella solitaria devianza, finché
ne ha gli strumenti, o protestare ad alta voce. In questo caso c’è, per
lui, l’accusa di voler coartare il diritto delle maggioranze, di inseguire
i sogni anacronistici del protezionismo, di non prestarsi a cooperare per
dar vita ad un mondo più ricco. E la condanna senza appello come “perdente
della modernizzazione”, passatista, retrogrado. Forma
contemporanea di omologazione a un progetto totalizzante, la propaganda
globalista decreta per i miscredenti lo stesso ostracismo che i
totalitarismi del XX secolo riservavano ai nemici, condannandoli come
gente finita ai margini della Storia. L’accusa di guardare al passato e
non sapersi aprire alle novità serve contemporaneamente a tessere
quell’apologia del presente su cui l’ideologia liberale fonda le proprie
pretese di superiorità e a far ritenere irrevocabili le scelte fatte,
senza alcun controllo, dalle élites economiche. Ne abbiamo un esempio
sotto gli occhi con la triste farsa dell’impiego in agricoltura degli
organismi geneticamente modificati, la cui messa al bando, decisa almeno
pro tempore dall’Unione europea, viene irrisa dalle società produttrici e
dai loro consulenti perché, data l’estensione delle coltivazioni
transgeniche nordamericane e asiatiche, l’eliminazione degli Ogm,
quand’anche se ne accertasse la nocività, richiederebbe troppo tempo e
troppo denaro. La logica ipocrita del fatto compiuto, che
permette a un funzionario delle multinazionali prestato alla politica come
Renato Ruggiero di tuonare contro chi vorrebbe “invertire il corso degli
eventi”, svuota di senso il concetto di democrazia e mostra sempre di più
l’asservimento della politica ai grandi interessi economici. Da questo
punto di vista, anche un movimento dai contorni incerti e contraddittori
come quello che ha manifestato i suoi umori a Genova può rappresentare un
sintomo positivo di riappropriazione della vita pubblica da parte di chi
ne dovrebbe essere il soggetto attivo. Catalizzando le inquietudini di una
frangia generazionale che non si accontenta – almeno per ora – delle
prospettive esistenziali garantite dalle sempre maggiori dosi di panem et
circenses promesse dai profeti della politica-azienda, per ricreare voglia
di partecipare, discutere, controllare. In un’epoca di delega delle
opinioni personali al telecomando e di riduzione dello spazio della
politica ai luoghi scenici della rappresentazione comunicativa, è almeno
un punto da cui ripartire.
Marco Tarchi
[i] Così Aldo
Schiavone, intervistato da Edoardo Segantini, in “Tramonto dell’Occidente? Io vedo
un’alba”, in “Corriere Economia”, 16.7.2001, pag. 2. Non a caso
ospitato dal quotidiano che più coerentemente esprime oggi la strategia
egemonica liberale in campo intellettuale, l’articolo è un piccolo
capolavoro del suo genere: a recitare le lodi del presunto nuovo anello
evolutivo dell’umanità è infatti uno studioso che si è occupato
dell’ascesa e successiva caduta dell’Impero romano, e le sue affermazioni
acquistano un’autorevolezza quasi profetica. In questa chiave di presunta
– e falsa – oggettività vengono presentate argomentazioni tanto “forti”
quanto strettamente personali. Tanto per citarne alcune: “Per millenni
abbiamo considerato la Natura un’entità inviolabile, che, in cambio, come
in un patto, ci proteggeva. Il fatto che oggi si stia sempre più
modificando la Natura (in senso positivo, scientifico) viene percepito
come la perdita della regola, la rottura del patto, con un senso di
angoscia e di catastrofe imminente. Ma io credo che dovremmo mettere
radicalmente in discussione questa idea dell’inviolabilità, soprattutto
noi intellettuali”. E ancora: “ha ragione il ministro Ruggiero quando dice
che dove non passano le merci passano gli eserciti”; “il mondo di oggi è
più omologato. Ma io non credo che questo sia un fatto negativo di per
sé”.
[ii] Le frasi sono
tratte dall’articolo di Tommaso Padoa-Schioppa Globalizzazione? Purtroppo è
poca, pubblicato nel “Corriere della Sera” del 19.7.2001, pag. 1, con
l’interessante occhiello “Una democrazia mondiale da inventare”. Non
sfuggirà che l’autore è uno dei più noti esponenti dell’eurocrazia
politico-finanziaria, che in quanto a legittimazione democratica non
sembra avere troppi motivi di vanto.
[iii] Così il sociologo
Aldo Bonomi, Ma il mercato ama
l’immigrato, in “Corriere Economia”, 12.2.2001, pag.
1.
[iv] Jack Greenberg, Io, l’“imputato” McDonald’s e i miei
45 milioni di clienti, in “Corriere della Sera”, 27.6.2001, pagg.
1-2.
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